Erano passati 8 anni, 3 mesi e 23 giorni dall’ultima volta che c’eravamo visti. ‘A presto’ mi aveva detto lei e io tristemente mi ero girato ed ero sparito. Pensavo che non l’avrei più rivista, e che avrei dovuto imparare di nuovo a viverne senza. Eppure, 8 anni 3 mesi e 23 giorni dopo, io le ero di nuovo di fronte. Lei, bella come prima. Piú di prima.
Non ci credevo ancora, non mi sembrava affatto possibile, ma quella stanza di quell’hotel di Siviglia era ancora lí, mi aveva aspettato.
Suvvia, mica pensavate che stessi parlando di una donna? Non siate ridicoli!
I segni della vita consumata erano su di noi, le vene lignee piú marcate che mai su di me, e su di lei un profumo d’altri tempi che delicatamente attanagliava il suo corpo, il suo mondo (che i poveri mortali chiameranno col nome di armadio, letto, poltrona a due piazze…).
Eravamo emozionati, ebbene sí. Io, ormai esperto e navigato architetto torinese, non avevo il coraggio di guardare negli occhi Lei, eterna stanza dai mille cuori di un albergo di Siviglia. E Lei si comportava come se io fossi la prima persona nella sua vita. E quasi a non voler ricordare il nostro ultimo incontro di quasi dieci anni fá, mi spiegava e mi raccontava tutto di sè, come si fa ad un novellino alle prime armi.
Ed invece io non avevo dimenticato nulla, anzi. Ogni notte, da quell’ultima notte insieme, avevo ripercorso e ricostruito e fantasticato su di noi, e nella mia testa e nel mio sangue fluivano fotografie del suo corpo, del suo mobilio (scusate la volgarità).
Ora era di nuovo tutto reale. Eravamo lì, l’uno con l’altro, l’uno nell’altro. Ed io, avvicinatomi piano e toccato delicatamente il suo letto soffice, sussurrai tre parole buone e profondamente m’addormentai.
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